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Ma sì! Facciamola finita con le finzioni, è inutile continuare a farci prendere in giro. Il 25 aprile scorso l’Inps ha comunicato che l’anticipazione ordinaria del Tfs e del Tfr in favore dei dipendenti pubblici andati in pensione per quest’anno è stata sospesa e quindi, “fino a nuova comunicazione, non è possibile per gli uffici credito delle sedi/poli territoriali e nazionali elaborare e trasmettere le bozze di proposta di cessione agli utenti”. Il regolamento prevede, infatti, che l’erogazione delle anticipazioni avvenga nei limiti delle disponibilità finanziarie destinate annualmente nel bilancio dell’Inps e dato che il plafond di quest’anno è stato già stato raggiunto, l’Inps ha deciso di chiudere i rubinetti. Del resto, era prevedibile che si arrivasse a questa situazione, visto che, a fronte di un arretrato di oltre 14 miliardi di euro, nel fondo di milioni ne erano stati stanziati solo 300, esauriti già entro la metà aprile.

Stop alla farsa

Dato che l’andazzo è questo vorrei allora dire a lor signori: lasciate perdere! Chiudiamola qui con questa farsa! Perché di farsa, e anche ben poco divertente, si tratta. Come ben sanno tutti i dipendenti pubblici, il Trattamento di fine servizio (Tfs) è retribuzione differita, al pari del Trattamento di fine rapporto (Tfr) dei dipendenti privati. Insomma, sono soldi del lavoratore che, come succede nel settore privato, andrebbero versati entro pochi mesi dall’andata in pensione. Peccato che il datore di lavoro pubblico ci metta anche sette anni prima di pagare queste somme, pratica illegittima, censurata da ben due sentenze della Corte costituzionale, l’ultima della quale, la n. 130, depositata il 23 giugno dello scorso anno, è stata molto esplicita nel censurare anche la soluzione tampone che era stata prevista dal governo, ossia una convenzione con le banche che permettesse almeno l’anticipazione sotto forma di prestito di una parte del Tfs (per una cifra non superiore ai 45 mila euro).

Il parere

Agli avvocati dello Stato che sostenevano che il prestito bancario risolveva ogni questione sui tempi troppo lunghi dei pagamenti, i giudici della corte hanno risposto in termini molto chiari: “Le normative richiamate investono solo indirettamente la disciplina dei tempi di corresponsione delle spettanze di fine servizio.Esse non apportano alcuna modifica alle norme in scrutinio, ma si limitano a riconoscere all’avente diritto la facoltà di evitare la percezione differita dell’indennità accedendo però al finanziamento oneroso delle stesse somme dovutegli a tale titolo. Il legislatore non ha, infatti, espunto dal sistema il meccanismo dilatorio all’origine della riscontrata violazione, né si è fatto carico della spesa necessaria a ripristinare l’ordine costituzionale violato, ma ha riversato sullo stesso lavoratore il costo della fruizione tempestiva di un emolumento che, essendo rapportato alla retribuzione e alla durata del rapporto e quindi, attraverso questi due parametri, alla quantità e alla qualità del lavoro, è parte del compenso dovuto per il servizio prestato”.

Sacrifici (in)visibili

Il succo di quanto sostenuto dalla Corte, insomma, è questo: non solo vi tenete in cassa, per un tempo assurdamente lungo, i soldi dei dipendenti, ma pensate pure di aver risolto il problema scaricando su di loro i costi dell’anticipazione, che non sono affatto bassi, visto che si calcolano sul cosiddetto rendistato (un tasso di interesse che anche a marzo si è attestato sopra la soglia di guardia, al 3,4%, sui livelli di gennaio) e sul livello di spread, il che, attualmente, continua a fissare gli interessi dei prestiti di durata più lunga al 4,5% annuo. L’attuale governo, certo di incassare la censura della Consulta, aveva provato però a mettere le mani avanti facendo circolare l’ipotesi di accollarsi direttamente gli interessi bancari (intenzione rimasta lettera morta) e poi nel febbraio 2023 aveva tirato fuori dal cappello un altro tipo di anticipazione di parte del Tfs, erogata però dall’Inps a costi calmierati (ossia l’1% annuo, più uno 0,5% una tantum per le spese amministrative). Si tratta della pratica di cui stiamo parlando ora, quella che dopo appena un anno è stata già archiviata per mancanza di fondi. Siamo, quindi, come già detto, alla farsa. Ma ora basta. Lasciate perdere le pezze a colori che non coprono questo vestito già troppo sbrindellato. Non vi inventate altre soluzioni cervellotiche.

Semplicemente: basta

La questione è semplice. Lo Stato è un datore di lavoro che tiene in cassa per anni i soldi dei suoi dipendenti, per finanziarsi a spese loro. E dal 2011 questo lo fa in forza di legge, ha cominciato il governo Monti varando una stretta sui dipendenti pubblici che mise insieme il blocco degli aumenti salariali e delle nuove assunzioni con lo slittamento delle buone uscite, che da allora vengono pagate, per lo più a rate, solo due anni dopo l’avvenuto collocamento a riposo. Ma questo solo se è già stata raggiunta l’età per la pensione di vecchiaia (attualmente 67 anni), perché se l’uscita dai ranghi pubblici avviene prima del fatidico compleanno, come nel caso dei prepensionamenti, il lavoratore deve comunque attendere i 67 anni per far scattare il fatidico biennio, ecco perché l’attesa del Tfs si può protrarre fino a 7 anni. Sono 13 anni che va avanti così, perché ogni governo che si è succeduto ha mantenuto in vigore queste norme, nonostante per due volte la Consulta le abbia bollate come incostituzionali.

In prima linea

Noi che quei ricorsi alla Corte li abbiamo promossi, abbiamo comunque dato prova di disponibilità, dichiarandoci pronti a discutere soluzioni ponte per smaltire l’arretrato e mettere regime, in tempi ragionevoli, il sistema delle buone uscite. Le uniche risposte che abbiamo ottenuto sono quelle che ho appena descritto. Oltre il danno, anche la beffa. A questo punto, cari signori, fate come credete, ci rivedremo ancora una volta di fronte a un giudice, questa volta non a Roma ma a Lussemburgo, vedremo a chi darà ragione la Corte Europea, se ai lavoratori o a chi sequestrato per anni i loro soldi.

 

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